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    Il judo fu codificato nel 1882 dal maestro nipponico Jigoro Kano che, in quell’anno, aprì una palestra (dojo) di appena 12 tatami nel tempio shintoista di eisho a Shitaya, radunandovi i primi allievi: nasceva così il Kodokan («luogo per studiare la Via»), dove il giovane professore elaborò una sintesi di varie scuole di jujitsu.

    Il nuovo stile di lotta, non più soltanto un’arte di combattimento, ma destinato alla divulgazione quale forma educativa del corpo e dello spirito, venne chiamato judo («Via della cedevolezza / flessibilità»). Con l’introduzione in Occidente il judo ha perso gradualmente il carattere quasi religioso, accentuando sempre più l’aspetto agonistico.
    I contatti tra i marinai italiani e quelli nipponici, consolidati al tempo della rivolta cinese dei Boxer (1900), favorirono la diffusione delle tecniche di jujitsu anche tra i nostri soldati, incuriositi e affascinati dal modo particolare di combattere all'arma bianca o a mani nude.
    Gli entusiastici commenti di civili e militari sulle virtù della lotta giapponese, convinsero il Ministro della Marina Carlo Mirabello a organizzare un corso sperimentale. Ordinò quindi al capitano di vascello Carlo Maria Novellis di assumere un istruttore di jujitsu a bordo dell'incrociatore Marco Polo, che stazionava nelle acque della Cina. Dopo molte ricerche Novellis trovò a Shanghai un insegnante che godeva la fiducia del console giapponese.
    Il 24 luglio 1906 venne pertanto stipulato un contratto di quattro mesi, tempo che il maestro giudicava «necessario e sufficiente per portare gli allievi ad un grado di capacità tale da renderli abili ad insegnare alla loro volta». Il corso si sarebbe svolto a bordo e al termine gli allievi migliori avrebbero sostenuto gli esami al Kodokan. In ottobre, infatti, i nostri marinai si sottoposero agli esami, ma il risultato fu decisamente negativo. Si risolse dunque con una beffa la prima esperienza italiana nella lotta giapponese.

    Nel nostro paese la prima dimostrazione di jujitsu eseguita da italiani ebbe luogo a Roma il 30 maggio 1908, nell’incantevole scenario di villa Corsini, alle pendici del Gianicolo. Pochi giorni dopo, evidentemente incuriosito, Vittorio Emanuele III volle che l’esibizione fosse ripetuta nei giardini del Quirinale. Nonostante il buon esordio, il cammino del jujitsu fu lento e difficile. Sul finire del 1921, il capo cannoniere di prima classe Carlo Oletti fu chiamato a dirigere i corsi di jujitsu introdotti alla Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica a Roma. Nella speranza di diffondere la disciplina, domenica 30 marzo 1924 i delegati di 28 società o gruppi sportivi civili e militari si riunirono per costituire la Federazione Jiu-Jitsuista Italiana, presieduta da Antonello Caprino, avvocato e alto funzionario comunale. Il 20 e 21 giugno di quell’anno alla sala Flores in via Pompeo Magno si disputò il primo campionato italiano: il titolo assoluto fu vinto da Pierino Zerella, esperto di lotta greco-romana, mentre il titolo a squadre andò alla Legione Allievi Carabinieri di Roma. Il 29 ottobre 1949 si riunì a Bloemendaal, in Olanda, il II Congresso dell’UEJ, che approvò lo statuto e il regolamento tecnico, ripreso da quello del Kodokan. Il IV Congresso dell’UEJ si tenne a Londra il 2 luglio 1951 e diede vita alla Federazione Internazionale di Judo. Il primo campionato europeo si disputò a Parigi nel 1951, il primo mondiale a Tokyo nel 1956.
    Nel 1953 venne nel nostro paese il Maestro Noritomo Ken Otani, allora 5° dan (seguito nel 1956 da Tadashi Koikè), che contribuì in maniera decisiva allo sviluppo del judo in Italia. Il judo maschile è stato incluso nel programma olimpico provvisoriamente nel 1964, definitivamente nel 1972; quello femminile provvisoriamente nel 1988 e definitivamente nel 1992.

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